Ogni guerra, al suo passaggio, rimette in discussione confini, territori, legami.
A due passi dall’Europa, al di là del mare adriatico, l’ex Yugoslavia di Tito mostra ancora le sue complessità: le città più importanti delle rispettive aree geografiche guardano agli investimenti, rimuovendo ogni traccia del grande sogno comunista.
Appena più in là, nei territori che si aprono verso l’interno, la vita si muove ancorata all’attesa di aiuto statale, di una nuova casa dove vivere dignitosamente nel territorio di appartenenza, mentre il clima nazionalista divampa tra le strade e prende la forma di targhe commemorative di antichi martiri e eroi recenti, tutti rigorosamente nazionali.
Chi prima del conflitto apparteneva ad una famiglia composta da credi religiosi differenti ha dovuto scegliere in fretta da quale parte stare. Poche alternative per chi ha preferito vivere sospeso, convinto che prima del senso di appartenenza esistessero i legami umani, di carne.
Le conseguenze sono evidenti ancora ad anni di distanza, pagate duramente con l’esilio familiare e poche possibilità di comprensione o di riavvicinamento per le scelte fatte.
Concluso il conflitto fisico, rimane quello latente, la tensione negli occhi.
Si dice sia ospite chi ospita e chi insieme riceve ospitalità.
In quest’ultimo lavoro, autore racconta ancora un’altra sfaccettatura del territorio croato dove il passaggio alla normalità è ancora molto lento.
Una donna croata, come tante alle strette dalla guerra, scelse di seguire il marito serbo senza comunque rinunciare alle proprie radici, pur sapendo che questo le sarebbe costato la vita durante il conflitto e l’infamia, alla sua conclusione.
Gli uomini avevano meno scelta: la bandiera della propria ideologia scelse per loro.
Nell’assurdità di un conflitto, tutto questo ha comunque una sua logica e un suo ordine.
L’ospite si dirama in due storie, legate l’una all’altra.
La reale solitaria quotidianità di una donna che vive il suo esilio familiare in un piccolo paese dell’interno, carico di rivendicazioni nazionali, come un peso sulla coscienza per quella posizione non presa, quasi vent’anni fa.
In parallelo racconta la storia immaginata di una donna che ritorna tra le rovine della sua casa, a cercare la normalità e la forza di gesti semplici che la guerra e l’esilio le ha strappato.
In attesa di una vecchiaia più dignitosa, Milka vive con le sue piante, in uno piccolo spazio chiamato casa, senza acqua potabile, divorata dall’umidità, e un conflitto non ancora risolto nel cuore.
Rita Chessa